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libRiamo: 29 settembre L. Rapotez raccontato da Diego Lavaroni con “Le maquis”

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Si continua a parlare di importanti storie della seconda guerra mondiale nell’undicesima tappa di “libRiamo ne’ lieti calici”, l’anteprima di Cormònslibri giovedì 29 settembre alle ore 18.00 nella Sala di Rappresentanza del Comune di Cormons. “Luciano Rapotez. Colpevole perché partigiano.” Ed. Mimesis, con prefazione di Moni Ovadia, s’intitola il libro che l’autore Diego Lavaroni presenterà assieme a Alessandro Sabot, Vicepresidente ANPI Manzano. Il libro narra la complessa storia di Luciano Rapotez che, a sedici anni, entra nel PCI, poi nella Resistenza. Dopo la strage di San Bartolomeo, pur innocente, viene arrestato, torturato in Questura. Ricevette la visita in carcere dell’allora Ministro della giustizia Aldo Moro, ispirato dal vescovo di Trieste, Mons. Santin, convinto dell’innocenza di Luciano. L’uscita dal carcere non fu la liberazione dall’incubo. Nel frattempo la famiglia si era dissolta e Luciano dovette ricominciare una vita nuova. In seguito la sua lotta contro la tortura e l’ingiustizia, impegno che durerà fino alla sua morte, fu un esempio di impegno civile. Ad accompagnare le parole, le note del gruppo “Le maquis” è un quartetto (voce/violino, pianoforte, chitarra, contrabbasso) che propone un repertorio che va dalla musica antimilitarista dei primi del ‘900 ai cantautori italiani e stranieri, passando attraverso la resistenza europea e la canzone di protesta del secondo dopoguerra. A concludere, come in ogni presentazione, un brindisi il buon vino di Cormòns.

Sinossi – Il libro narra, in forma autobiografica, la complessa storia di Luciano Rapotez.
Nella prima parte descrive la comunità comunista di Chiampore” dove accanto all’insegnamento istituzionale del maestro fascista, si svolge l’insegnamento clandestino di marxismo. A 16 anni LR entra nel PCI e contestualmente, espulso dalla scuola, inizia il suo apprendistato nei cantieri muggesani, prima come operaio e poi come impiegato. Reclutato in Marina, inizia la sua collaborazione con i partigiani jugoslavi: lavora all’acquisizione di armi e materiali da inviare alla Resistenza. L’8 settembre ’43 scappa da La Spezia e rientra a Trieste. Entra a far parte del Battaglione Triestino partecipando alla battaglia di Hrpelje e Kozina, immediatamente successiva a quella di Gorizia, nel tentativo di contrastare il passaggio tedesco in Istria. Il CLN gli affida un lavoro di controspionaggio, che egli sviluppa con la copertura di un lavoro nella CRI. Denunciato da un collega, subisce una condanna a morte, sospesa all’ultimo istante e sperimenta due passaggi alla Risiera, dove viene interrogato dal criminale nazista Odilo Globocnik. Durante il bombardamento alleato dell’Aquila riesce a fuggire e rientra a Muggia dove continua a operare per conto del CLN. Alla fine della guerra è impegnato nella ricostruzione della comunità muggesana, ma a causa di contrasti con i dirigenti del PCG viene espulso dal partito.

Nella seconda parte viene rievocata la vicenda legata alla strage di S. Bartolomeo, (16 settembre 1946) allora situato ai margini della zona A e che in seguito sarà parte della Jugoslavia. Lo sfondo è quello della Cortina di Ferro e la vicenda, rimasta in ombra per 9 anni, esplode subito dopo la definizione dei nuovi confini, con il passaggio di Trieste all’Italia. Il nuovo questore (quello che secondo le versioni ufficiali aveva catturato il bandito Giuliano) e il nuovo commissario avrebbero stabilito di trovare ad ogni costo i colpevoli di quella vicenda, individuandoli tra gli ex partigiani comunisti considerati filoslavi. LR era uno di questi. L’obiettivo era quello di scatenare la rabbia anticomunista e antislava. L’arresto, le torture in Questura, nelle mani di una banda di aguzzini che aveva niente da imparare dalla banda Collotti dell’epoca nazifascista, gli anni di carcere costituirono una prova terribile. Nel periodo di restrizione LR ricevette la visita in carcere dell’allora ministro di Giustizia Aldo Moro, ispirato dal vescovo di Trieste, Mons. Santin, convinto dell’innocenza di Luciano. L’uscita dal carcere non fu la liberazione dall’incubo. Nel frattempo la famiglia si era dissolta e Luciano dovette ricominciare una vita nuova, decidendo di lottare con determinazione contro la tortura e l’ingiustizia, impegno che durerà fino alla sua morte, nel febbraio di quest’anno.

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